Molti dei problemi che affliggono il nostro paese e le persone che lo abitano derivano dalla condizione economica, la quale ha subito una profonda crisi a partire dal 2008. Ogni giorno i mass-media ci propinano analisi e previsioni di ogni tipo in campo economico. Oggi nessuno può dire di non sapere che cos’è il Pil ( prodotto interno lordo) il Fil ( felicità interna lorda) il Bs ( benessere sostenibile) la domanda, lo sviluppo, la crescita, la stagnazione, la deflazione, l’inflazione, la depressione, i consumi, la decrescita, la borsa, i tassi…
Non essendo un economista, posso parlare della questione con assoluta spensieratezza. Da un lato l’uso devastante della finanza ha sequestrato risorse all’economia reale, e dall’altro, le rivoluzioni tecnologiche che si sono susseguite hanno contribuito a destrutturare il vecchio ordine politico – economico con il risultato di avere allargato la forbice ricchi-poveri. Ognuno di noi è continuamente sollecitato verso il consumo allo scopo di aumentare la domanda interna per fare ripartire l’economia. Come poter far crescere i consumi se il reddito non è sicuro e adeguato ad un tenore di vita decente? Si dà per scontato che il desiderio di possedere cose sia in costante e perenne ascesa, una specie di vocazione naturale dell’essere umano, e al tempo stesso un implicito obbligo sociale. E poi, chi dovrebbe consumare di più: il 25% del totale della popolazione, che è anziana? Il 40% dei giovani che sono disoccupati? Gli oltre sei milioni di immigrati residenti? I tanti con lavoro precario? I sette milioni di poveri? Chi ha un reddito basso? Gli oltre tre milioni di lavoratori disoccupati? Il conto di quanti restano i potenziali consumatori voraci lo lasciamo fare agli analisti, agli economisti veri e ai politici di razza. Non si può essere costretti a consumare sempre di più. Non si può continuare a costruire e cementificare come è avvenuto negli ultimi 30 anni, dove 5 milioni di ettari sono stati sottratti alla agricoltura diminuendo la superficie coltivata del 28% a partire dagli anni ’70 del secolo scorso. La crescita e lo sviluppo tanto invocati, di che natura devono essere e dove arriva il loro limite? Saranno in grado di ridurre i poveri e distribuire meglio il redditto prodotto? Dobbiamo pensare che nonostante tutto ciò sia possibile uno sviluppo in tempi di medio periodo? Oppure pensare che il modello economico fin qui conosciuto ha esaurito la sua spinta in avanti e quindi, siamo entrati in un’epoca storica di profonda incertezza dove la stagnazione, la deflazione, la decrescita e la timida crescita si contendono il primato? Da 25 anni una delle economie un tempo all’apice mondiale, quella Giapponese, si trova in queste difficoltà. Quindi una sorta di Giapponesizzazione che sta investendo l’Europa, Italia in particolare. Se il piano( A) dello sviluppo come è sempre stato inteso, non funzionasse, sarebbe saggio che esperti in economia e in politica pensassero ad un piano (B) per evitare di cadere nella “sindrome” Nipponica.
Renzo Gazzoli
Movimento Cittadini Attivi Pegognaga
